VOGLIAMO TUTTO! #7 Lavoro e reddito universale


La rabbia sociale è un aspetto che la storia ha sempre legato alle epidemie e alle carestie.
Spesso, per capirne le ragioni, servono i numeri, crudi. In Italia esistevano 3,2 milioni di lavoratori precari nel dicembre 2019, prima della tempesta epidemica che, in moltissimi casi, li ha travolti. Esisteva poi una platea di almeno 3,7 milioni di persone formata dai lavoratori irregolari, ossia da coloro che lavorano senza essere messi in regola dal punto di vista contrattuale, fiscale o contributivo.
Raggiungere con forme di sussidio questa porzione enorme del mondo del lavoro composta da precari e irregolari è estremamente complesso, se non si ricorre a forme di reddito universale; non raggiungerla significa però, in questa fase difficilissima, alimentarne il senso di abbandono e l’inevitabile rabbia.
Tale reddito non si pone come alternativa alle altre forme di welfare oggi esistenti. Vogliamo un reddito che ci svincoli, finalmente, dal concetto di lavoro.

VOGLIAMO TUTTO! #6 dignità e rispetto


Vedere calpestati la propria dignità e il rispetto per la propria persona nuoce gravemente alla salute.
Subire svalutazioni delle proprie competenze, ottenere mansioni meno pagate “perché sei donna”, non poter decidere in serenità una gravidanza perché ricattate dalla minaccia della perdita del lavoro… sono tutti fattori che mettono alla prova la nostra salute psichica e il nostro benessere.
Quanto possa fare male alla nostra salute subire percosse e violenze da una persona a noi vicina (un familiare, un compagno…) senza potersi sottrarre a questa tortura, magari perché non abbiamo le risorse economiche per farlo, non ha bisogno di essere spiegato.
Le violenze psicologiche, il ricatto economico, la distruzione sistematica dell’autostima, il controllo ossessivo, l’isolamento progressivo, anche se non accompagnate da violenza fisica, non fanno meno male alla nostra salute, anzi…
Tutto questo è drasticamente peggiorato con la pandemia. Sono le donne, infatti, ad aver subito in prima persona e maggiormente tutte le conseguenze nefaste del confinamento: reclusione forzata in casa con i propri carnefici e allontanamento da circuiti di relazioni di aiuto e sostegno; aggravamento delle proprie condizioni lavorative con l’imposizione di lavoro a distanza, spesso senza regole; raddoppio dell’impegno familiare causato dalla didattica a distanza o dal doversi occupare delle necessità di genitori anziani confinati in casa.
Sono sempre le donne quelle che, in percentuale maggiore, hanno perso il lavoro a causa della pandemia.
Cosa vogliamo?
Centri antiviolenza gestiti dalle donne in ogni comune, politiche sociali degne di questo nome, ampliamento e gratuità dei servizi sociali e sanitari, priorità alla scuola e in presenza, e – perché no? – un “reddito di fuga” per le donne che vogliono sottrarsi a relazioni violente.

– Il 98% di chi ha perso il lavoro è donna, il Covid è anche una questione di genere

Italia: i femminicidi stanno bene, grazie

La violenza di genere al tempo del coronavirus: Marzo – Maggio 2020 PDF indagine ISTAT

VOGLIAMO TUTTO #5 Rispetto per la fragilità

Le persone, quando raggiungono una certa età, si trovano davanti ad una contraddizione interessante: da una parte rappresentano per la nostra società la “parte morta”, in quanto non più produttiva, dall’altra sono il target di un crescente interesse del sistema capitalistico come fruitori di servizi dedicati alla terza/quarta età.
Questa contraddizione si evidenzia nella sempre più florida industria delle RSA, dove l’improduttivo anziano viene recluso in attesa del fine vita.
A fine 2017, nelle RSA e RSD (residenze per disabili) operavano 1.271 imprese, 702 delle quali private e profit e 569 non profit. I quattro quinti del settore sono gestiti da istituzioni pubbliche e Onlus; l’offerta dei privati profit, però, è in costante crescita e ha colmato in parte l’uscita del privato non profit, i cui operatori generalmente di dimensioni modeste.
Nel settore è in corso un forte fenomeno di concentrazione che ruota intorno a pochi gruppi, tra i quali KOS del gruppo CIR-De Benedetti con il marchio Anni Azzurri, Tosinvest degli Angelucci con le residenze San Raffaele, Sereni Orizzonti della famiglia Blasoni. Ma dalla Francia sono già arrivati i giganti quotati Korian e Orpea, i primi due operatori mondiali con un fatturato combinato di 7,35 miliardi nel 2019, quasi 400 milioni di utili netti e patrimonio immobiliare aggregato di oltre 8 miliardi.
Mentre in altre società l’anziano è figura sacra, rispettata e sostenuta, nella nostra gestione da “polli d’allevamento” le persone, dopo che hanno passato la maggior parte del tempo di vita a disposizione dei tempi di lavoro, finiscono come polli nella gabbia, passando gli ultimi anni della vita dal letto al tavolo e viceversa, in luoghi dove tutti i giorni sono incessantemente uguali, dove la vita perde i colori della propria personalità, dei propri interessi e ti è dato solo stare, attendere, dove anche la più sincera animazione è una finzione della realtà.
Ci piacerebbe arrivare a quest’età in salute in un mondo pulito, dove la cura fosse rispettosa dei nostri corpi, delle nostre menti e delle nostre anime, lontana da quelle pozioni devastanti che molti anziani ingurgitano tutti i giorni. E se non potessimo più essere completamente sufficienti a noi stessi, potremmo trovare tante soluzioni più ragionevoli: le case albergo, i senior e co-housing, gli studenti alla pari, il portierato di quartiere, l’assistenza domiciliare, le banche del tempo e chi più ne ha più ne metta! Una concezione degli spazi più incentrata sulle piccole zone potrebbe aiutare a sviluppare quella pratica che si chiama solidarietà diffusa.

VOGLIAMO TUTTO! #4 Ambiente

Partiamo da una domanda che non vuole essere provocatoria, né intende sottovalutare il pericolo rappresentato dal contagio del coronavirus: perché si resta così terrorizzati da questo virus e pressoché indifferenti di fronte alle stime dei decessi prematuri che l’OMS attribuisce direttamente alle patologie indotte dall’inquinamento atmosferico? Eppure, stiamo parlando di 790.000 morti all’anno solo in Europa, di cui una fetta consistente (circa 80.000) in Italia. Forse perché non è corretto contrapporre morti certe a semplici stime? Nemmeno se la fonte è più che autorevole e queste stime sono ricavate da rigorose analisi epidemiologiche continuamente aggiornate? La verità è che il rischio di contrarre tumori o malattie respiratorie dalle sostanze tossiche disperse in atmosfera è accettato come un rischio remoto, che toccherà sempre a qualcun altro e non a noi. E che, quando anche vi fosse piena consapevolezza dei pericoli a cui andiamo incontro semplicemente uscendo di casa e immergendoci nel “bagno” quotidiano dei veleni derivanti dal traffico e dalle attività industriali, consideriamo questo rischio come un prezzo necessario da pagare al progresso. Ma morire per il progresso, per un modello di sviluppo ormai insostenibile, è forse più dignitoso che morire per un contagio da virus?
L’OMS stima che oltre il 25% delle malattie negli adulti ed oltre il 33% nei bambini sotto i 5 anni siano dovute a cause ambientali evitabili e che siano circa 13 milioni le morti attribuibili annualmente ad esposizioni ambientali, di cui oltre 7 milioni legate al solo inquinamento atmosferico. Si stima che solo l’8% della popolazione mondiale respira un’aria che rispetta i limiti previsti dalla stessa OMS, e che sono numerose le sostanze tossiche presenti nel nostro ambiente di vita, sia in quello indoor che all’esterno, e possono entrare nel nostro corpo con l’alimentazione, l’ingestione, l’uso di acque contaminate o attraverso la cute.
Questo e altro rendono evidente come dobbiamo abbandonare l’approccio riduzionistico di valutare solo le conseguenze dell’esposizione al singolo inquinante, sviluppando invece l’idea di valutare tutto l’insieme di esposizioni a cui siamo sottoposti fin dal concepimento. O dobbiamo ignorarli in nome del progresso (del PIL)?

Per approfondire:
– Studio di Lancet sulla correlazione fra inquinamento e mortalità nelle città europee
– l’inquinamento uccide più del Covid
– piovono microplastiche dal cielo

VOGLIAMO TUTTO!

 

quando c’è la salute c’è tutto!
quando c’è TUTTO, c’è la salute!
Rovesciamo il luogo comune: solo quando ci sono tutte le condizioni di una vita buona, possiamo essere davvero in salute.
Questo percorso vuole riflettere in senso critico su quali sono, o meglio, dovrebbero essere queste condizioni.
Cosa vogliamo? VOGLIAMO TUTTO!

#1 cure e accesso alle cure post del 22/3

#2 politiche sanitarie e sicurezza post del 29/3

#3 casa post del 7/4

#4 ambiente post del 13/4

#5 Rispetto per la fragilità post del 20/4

#6 Dignità e rispetto post del 27/4

VOGLIAMO TUTTO! #3 Casa

Poter abitare in un alloggio confortevole, provvisto delle comodità di base, è fondamentale per vivere in salute.
Spesso vediamo che, in contesti abitativi sovraffollati o con difficile accesso alle forniture, le malattie si sviluppano e si propagano più facilmente. Per ritenere un alloggio salubre, non è sufficiente l’allaccio alle utenze: è necessario anche accesso all’acqua calda, uno spazio per cucinare, la possibilità di conservare gli alimenti e un letto dignitoso.
A Milano moltissimi alloggi, sia pubblici che privati, versano in pessime condizioni per la noncuranza e la volontà speculativa dei proprietari o degli enti gestori, esponendo chi ci vive, senza avere altre possibilità abitative, a un rischio maggiore di contrarre malattie. In questi casi, l’assistenza medica non basta a intervenire sulle condizioni di salute della persona: è inutile imbottire di farmaci per i reumatismi chi vive in un sottoscala con infiltrazioni di umidità.
In questi anni abbiamo visto come le politiche abitative attuate in città hanno portato sempre più persone a fare i conti, per necessità economica, con tutto questo. Ricordiamo tra tutti il Piano Casa attuato dal governo Renzi (decreto Renzi-Lupi) che impedisce agli occupanti l’allaccio alle utenze e una regolare residenza, senza la quale è impossibile, tra le altre cose, richiedere il medico di base. Da un lato, queste persone vengono messe in condizioni di ammalarsi più facilmente, dall’altro vengono limitate nella loro possibilità di accedere alle cure.
Questo senza voler considerare il risvolto psicologico del rapporto tra casa e salute, che ha a sua volta ripercussioni sul benessere fisico: senz’altro si vive meglio tranquilli e al caldo, che precari e al freddo.
Per approcciare il tema della salute in modo ampio ed efficace, è fondamentale rivedere le politiche abitative dalle basi: è impensabile avere una popolazione sana, se una sempre più larga parte di essa vive in luoghi non salubri. Una politica volta ad alleggerire la pressione sul SSN dovrebbe puntare a garantire l’accesso universale a un alloggio salutare, indipendentemente dal reddito.

 

VOGLIAMO TUTTO! #2 Politiche sanitarie e sicurezza

In una società ideale, attività essenziali per la collettività come la scuola e i trasporti dovrebbero funzionare in sicurezza.

Nella società capitalista, invece, tutte le scelte politiche mirano al profitto: nessun protocollo di messa in sicurezza di scuole e trasporti ha avuto lunga durata, in quanto costoso e senza alcun ritorno economico immediato.

Durante la pandemia, l’unica politica condivisa di messa in sicurezza della scuola è stata la chiusura, mentre si evocavano aperture di stadi e piste da sci. Similmente, il trasporto pubblico è diventato o meno efficiente o veicolo di contagio.

Consigliamo, per gli approfondimenti:
un articolo del Manifesto, pubblicato a febbraio 2021
La vaccinazione non deve oscurare la prevenzione
qui il PDF
la ricerca della Fondazione Italia in Salute
Covid, l’indagine: “Sanità sospesa per 35 milioni di italiani”