
Partiamo da una domanda che non vuole essere provocatoria, né intende sottovalutare il pericolo rappresentato dal contagio del coronavirus: perché si resta così terrorizzati da questo virus e pressoché indifferenti di fronte alle stime dei decessi prematuri che l’OMS attribuisce direttamente alle patologie indotte dall’inquinamento atmosferico? Eppure, stiamo parlando di 790.000 morti all’anno solo in Europa, di cui una fetta consistente (circa 80.000) in Italia. Forse perché non è corretto contrapporre morti certe a semplici stime? Nemmeno se la fonte è più che autorevole e queste stime sono ricavate da rigorose analisi epidemiologiche continuamente aggiornate?
La verità è che il rischio di contrarre tumori o malattie respiratorie dalle sostanze tossiche disperse in atmosfera è accettato come un rischio remoto, che toccherà sempre a qualcun altro e non a noi. E che, quando anche vi fosse piena consapevolezza dei pericoli a cui andiamo incontro semplicemente uscendo di casa e immergendoci nel “bagno” quotidiano dei veleni derivanti dal traffico e dalle attività industriali, consideriamo questo rischio come un prezzo necessario da pagare al progresso. Ma morire per il progresso, per un modello di sviluppo ormai insostenibile, è forse più dignitoso che morire per un contagio da virus? Continua a leggere




