VENEZUELA, FEBBRAIO 2014: MA CHE STA SUCCEDENDO ?

Condividiamo l’analisi di Angelo Zaccaria, autore del libro “La Revolucion Bonita. Viaggio a tappe nel Venezuela di Hugo Chavez”- ed. Colibrì- Milano. (25 Febbraio 2014).

IL CONTESTO

Quasi un anno dopo l’elezione del successore di Hugo Chavez, la situazione economica continua a registrare squilibri notevoli: alta inflazione, mercato nero parallelo della moneta in un paese dove vige il controllo governativo dei cambi, scarsità di alimenti e beni di prima necessità, insufficiente produzione di beni di largo consumo; persistenza di un modello economico ancora incentrato sulla esportazione del petrolio.

A questo si aggiungano gli alti livelli di violenza esistenti nel paese dove, a seconda delle stime del governo o di centri studi vicini all’opposizione, si registrano fra i 40 e gli 80 omicidi all’anno ogni 100.000 abitanti, il che fa un totale fra i 12.000 ed i 24.000 omicidi all’anno.

Difficile negare in tutto questo, dopo 15 anni di governo chavista ed in un paese dove lo stato maneggia grandissime risorse finanziarie, precise responsabilità del blocco di potere bolivariano: insufficiente battaglia contro la corruzione interna agli apparati statali, inefficienze e carenze di coordinamento nelle politiche economiche del governo, oscillazione perenne fra il radicalismo roboante della propaganda ufficiale e gli appelli retorici e para-religiosi alla conciliazione e collaborazione con l’impresa nazionale e con la parte “patriottica” dell’opposizione.

Ma è anche difficile negare l’esistenza di un progetto pianificato di poteri economici e finanziari legati all’antichavismo, desiderosi di dimostrare l’incapacità del governo di far funzionare l’economia. Basti pensare alle chiare responsabilità della media e grande impresa commerciale privata speculativa, nell’accaparramento e quindi nella creazione di scarsità e forti aumenti dei prezzi dei generi alimentari e di prima necessità. O al grave problema del contrabbando verso la Colombia del 30/40% di generi di largo consumo destinati dal governo alla vendita al pubblico a prezzi ribassati. Evidenti anche le responsabilità di settori del mondo industriale e finanziario privato, con la complicità dei funzionari corrotti dentro gli apparati statali, nell’appropriazione indebita di parte delle riserve di moneta forte derivante dai proventi del petrolio, e nell’alimentazione di un mercato parallelo ed illegale dei cambi. Da citare anche i frequenti e misteriosi sabotaggi al sistema elettrico.

Si tratta di strategie non nuove in America Latina: si pensi al boicottaggio e sabotaggio economico messo in atto in Cile nei primi anni ’70, per indebolire il governo di Unidad Popular di Salvador Allende e propiziare il colpo di stato di Pinochet.

 

I FATTI

Tutto comincia a inizio Febbraio, nei due stati Andini di  Merida e Tachira, con alcune manifestazioni studentesche che responsabilizzano il Governo di Nicolas Maduro per i problemi economici e per quello dell’aumento della violenza, e ne chiedono le dimissioni. Sin dall’inizio al fattore di piazza, cioè alle manifestazioni con blocchi stradali, incendio di pneumatici, autobus e lancio di bottiglie molotov, si somma l’entrata in campo di fattori che operano secondo tecniche di tipo paramilitare: nello stato Tachira viene assaltata la casa del governatore chavista dello stato. Inutile rievocare l’importanza del paramilitarismo nella vicenda politica della vicina Colombia, copiosamente utilizzato insieme agli apparati repressivi statali, contro le opposizioni di sinistra ed i movimenti popolari.

L’ulteriore escalation delle violenze si verifica a Caracas nella giornata del 12 Febbraio, dove un corteo di studenti antichavisti convocato per protestare contro gli arresti seguiti ai fatti di Merida e Tachira, si conclude con scontri e gravi danneggiamenti nel centro della città e nella zona del Tribunale Supremo. Ci sono anche due morti, di opposte tendenze politiche, colpite dalla stessa arma da fuoco maneggiata da ignoti, ma comunque non dai reparti di polizia anti-sommossa operanti in piazza.

A questo punto la situazione si confonde ulteriormente. Da un lato il governo ed i movimenti di base e sindacali bolivariani denunciano (insieme a vari governi ed a quasi tutta la sinistra latinoamericana), il tentativo golpista di destra in atto contro il presidente Maduro, ed iniziano ad organizzare manifestazioni pacifiche a sostegno e per il rilancio del processo bolivariano.

Dall’altro lato da parte dell’opposizione antichavista prosegue in tutto il paese una serie di manifestazioni, grandi e piccole, studentesche e non, dove il vero obiettivo non è più la questione dell’economia o della criminalità, ma la defenestrazione del presidente Nicolas Maduro. Spesso questi presidi e cortei si concludono con blocchi stradali, incendi e danneggiamenti agli arredi urbani e ad edifici pubblici, incendi di stazioni della Metro e di camion carichi di alimenti, quasi sempre messi in atto da piccoli gruppi ed all’interno dei quartieri di classe media ed alta.

In tutte queste vicende aumenta il numero di vittime, assassinate nelle circostanze più varie: a ridosso di manifestazioni di piazza, ferite gravemente da cavi di metallo o filo spinato stesi in mezzo alla strada durante i presidi, durante attacchi a cooperative o centri di sviluppo economico appoggiati dal governo, o in altre circostanze ancora non legate direttamente a fattori o eventi politici. Parte delle vittime appartengono al campo bolivariano, parte no. Spesso gli assassini sparano da finestre di edifici limitrofi, o compaiono e scompaiono a bordo di moto di grossa cilindrata e dotati di casco integrale. Allo stato attuale queste vittime sono circa una dozzina in tutto il paese, ed i feriti parecchie decine.

Non tutto è chiaro in questo momento, ma ciò che è chiaro è che la maggior parte delle vittime, non cadono per mano dei reparti di polizia dipendenti dal governo e operanti in piazza. Questo non vuol dire che alcune vittime non siano dovute anche direttamente o indirettamente all’azione poliziesca. Ma ricordiamoci che siamo in Venezuela, un paese dove sino all’arrivo di Chavez al potere, la polizia, antisommossa e non,  vantava una tradizione antipopolare di violenza sanguinaria e stragista, che provocò migliaia di morti, prigionieri politici, scomparsi, torturati.

Nel complesso appare sempre più nitido l’operare sul campo dei due fattori, guerriglia di piazza e piccoli nuclei di tipo paramilitare, entrambi uniti di fatto nell’obiettivo di far degenerare la situazione e certificare lo stato di caos ed ingovernabilità del paese.

 

A CHI GIOVA ??????????

Il governo di Nicolas Maduro, è appena uscito dalla sofferta transizione seguita alla morte dell’amato presidente Hugo Chavez, ed è reduce da un ciclo di nuove vittorie elettorali, di stretta misura quella alle presidenziali dell’ Aprile 2013, più marcata quella alle elezioni comunali di Dicembre. Un governo che si apprestava ad utilizzare il nuovo periodo che si apre, finalmente sgombro sino a Dicembre 2015 da nuovi impegni elettorali, per tentare di affrontare le varie emergenze economiche e sociali che affliggono il paese.

IL GOVERNO DI NICOLAS MADURO è PERTANTO L’ULTIMO AD AVERE INTERESSE AD INNESCARE UN PERIODO DI DESTABILIZZAZIONE, SCONTRI E VIOLENZE.

Ma forse è proprio qui il vero nodo: per quasi due anni in Venezuela non si vota, e quindi un settore dell’opposizione tenta la carta del caos e della violenza, di piazza e non, per indebolire il governo, tentare di saldare l’opposizione militante di settori giovanili e studenteschi al malcontento di settori popolari per la situazione economica, spostare a proprio vantaggio la posizione di fattori interni alle forze armate o dei governi che contano nella regione (Brasile in primis), provocare per via non elettorale la caduta del governo chavista. Sul piatto, inutile ricordarlo, le enormi ricchezze energetiche e naturali del paese.

E siccome il piatto è davvero ricco, non si esita a giocare sporco, e quindi fra un blocco stradale ed un paio di copertoni bruciati, compaiono i killers in moto col casco integrale o quelli che sparano dai palazzi, ammazzando sia chavisti che oppositori. Ma noi che viviamo in Italia, l’Italia della strage di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, di Portella delle Ginestre e di Peppino Impastato, questi giochi sporchi purtroppo li conosciamo bene.

Sembra che questa strategia di tipo golpista appartenga per ora solo ad un settore dell’opposizione venezuelana, quella più rabbiosa ed oltranzista del partito di Voluntad Popular capeggiato dal da poco arrestato Leopoldo Lopez, mentre l’ala maggioritaria rappresentata da Capriles Radonski, quello che alle elezioni presidenziali del 2013 ha perso ma raccogliendo oltre 7.300.000 voti, continua a ripetere che “non è questa la strada” per uscire dal chavismo. Il tempo dirà se si tratta di vera divergenza o come io credo di divergenza provvisoria o forse addirittura di un gioco delle parti, soprattutto se, cosa che non mi auguro, la situazione dovesse aggravarsi.

 

LA LIBERA STAMPA, SEMPRE PIU’ STRABICA.

Ancora una volta abbiamo assistito ad un saggio di faziosità militante da parte dei mezzi di comunicazione globali sulle recenti vicende venezuelane. I media, sia stampati che radio-tv ed on line, hanno chiaramente giocato a sollevare il polverone e la confusione, con l’unico obiettivo di strumentalizzare per l’ennesima volta il sacrosanto tema dei diritti umani e delle libertà di espressione, per mettere in cattiva luce il governo di Maduro, la cui colpa vera è solo quella di tentare di rappresentare una alternativa o un punto di vista indipendente, in una geopolitica globale dominata dagli interessi delle grandi oligarchie economiche e finanziarie, degli USA e dei loro alleati europei e non.

Anche qui il gioco è stato davvero sporco: completamente rimosse le violenze di piazza dei gruppi giovanili anti-chavisti, presentati come paladini della libertà ma che per molto molto meno alle nostre latitudini verrebbero etichettati come  pericolosi black-block. Accollate arbitrariamente alla polizia bolivariana tutte le vittime di questi giorni. Totalmente rimosse le responsabilità di settori del potere economico e finanziario privato venezuelano, nel giocare allo sfascio economico del paese. Su vari siti on-line ci si è anche dilettati nell’utilizzo di foto terrificanti di repressione di piazza in Egitto, Catalogna o Turchia, o di immagini splatter della guerra civile siriana, disinvoltamente proposte al pubblico come prove delle efferate violenze repressive messe in atto dal governo chavista.

In questo scenario la stampa italiana si è distinta, non certo per la capacità di adottare un taglio più obiettivo ed equilibrato, ma semplicemente per una maggiore distrazione rispetto al tema, in confronto ai grandi mezzi di comunicazione dell’America Latina, degli USA o della Spagna. Anche qui però la poca informazione filtrata è stata contrassegnata da manipolazione, superficialità ed approssimazione, o dai soliti titoli tendenziosi e ad effetto, e talvolta nemmeno corrispondenti all’effettivo contenuto dell’articolo.

MAI PIU’ CIE! 15 febbraio manifestazione a Roma

Condividiamo da infoaut.org un comunicato da parte delle
Reti antirazziste Movimenti per il diritto all’abitare.

Mai più CIE – Diritti e accoglienza per tutti Sabato 15 febbraio 2014 corteo al Centro d’Identificazione ed Espulsione di Roma-Ponte Galeria.

 

Dopo le mobilitazioni dell’autunno per casa e reddito, la Roma Meticcia è tornata in piazza il 18 dicembre. Un corteo numeroso e determinato ha attraversato le strade della capitale nella “giornata internazionale dei migranti” per chiedere una legge organica che garantisca il diritto d’asilo, la chiusura dei CIE, un’accoglienza dignitosa contro il business delle cooperative a partire dal diritto all’abitare e l’abrogazione di tutti i provvedimenti legislativi in materia di immigrazione che minano la libertà e il diritto di scelta delle persone a muoversi e risiedere dove meglio credono. La mobilità transnazionale dei migranti sfida infatti le politiche neoliberali di austerity e confinamento, ponendo il tema della costruzione di un nuovo modello sociale, di una diversa modalità di vita in comune, che forza gli angusti confini degli stati nazionali ed al tempo stesso le retoriche bipartisan dell’accoglienza e del multiculturalismo. Mentre da piazza del Popolo qualche “forcone” rivendicava una “soluzione italiana” alla crisi, noi affermavamo con determinazione che “le lotte contro l’austerità non hanno frontiere”. Pochi giorni dopo in diversi nodi decisivi del sistema di governo dei flussi migratori esplodevano proteste auto-organizzate. A Mineo, nel CARA più grande d’Italia, i richiedenti asilo riprendevano la mobilitazione contro le condizioni di vita indegne e i tempi di attesa infiniti. A Lampedusa, i migranti intrappolati sull’isola e trattati come animali nel Centro di Prima Accoglienza chiedevano dignità e il trasferimento immediato. A Ponte Galeria, numerosi reclusi si cucivano la bocca e iniziavano uno sciopero della fame contro una detenzione ingiusta e illegittima e per la liberazione di tutti i migranti imprigionati nei Centri di Identificazione ed Espulsione. Anche nel dibattito politico le questioni connesse con le migrazioni e con il carattere meticcio della nostra società sono all’ordine del giorno dall’inizio dell’autunno appena trascorso. Da una parte, la Lega Nord e le formazioni neofasciste continuano a usare il colore della pelle di un ministro per promuovere una campagna razzista e dare visibilità alle posizioni anti-immigrati. Dall’altra, dopo ogni nuova strage in mare o “scandalo” sulla gestione dei CIE, i partiti di governo si lanciano in false dichiarazioni d’intenti, senza avere in realtà intenzione di modificare le politiche di controllo dell’immigrazione, se non in senso peggiorativo o per operazioni di facciata. La questione del reato di clandestinità e l’emendamento ipocrita appena approvato al Senato sulla materia ne sono l’ultima dimostrazione. In questo contesto, crediamo necessario mobilitarci per rivendicare dal basso una radicale trasformazione delle leggi che governano la vita di migliaia di cittadini migranti. In continuità con le proteste degli ultimi mesi dentro e fuori i CIE, chiediamo l’immediata chiusura di questi lager, dove migliaia di persone vengono detenute senza aver commesso alcun reato, dove i diritti fondamentali vengono calpestati quotidianamente. I CIE costituiscono uno degli ingranaggi del sistema di governo dei flussi migratori, che rende la popolazione migrante illegale e ricattabile, ai fini dello sfruttamento nel/del lavoro e nella/della vita e della collocazione in un ruolo subalterno nella società. I CIE hanno un costo umano e un costo economico – di soldi pubblici – che non abbiamo più intenzione di pagare. Al momento, oltre la metà dei CIE italiani sono stati chiusi grazie alle rivolte e alle proteste che li hanno interessati. È arrivato il momento di chiudere anche Ponte Galeria! Proprio oggi i cittadini migranti detenuti in quel luogo si sono cuciti nuovamente la bocca, ricominciando lo sciopero della fame: perché le promesse fatte dai rappresentanti delle istituzioni dopo la protesta di dicembre non sono state mantenute, perché i CIE non si possono riformare ma vanno chiusi per sempre. Vogliamo sostenere questa mobilitazione, aprendo una campagna condivisa e includente per mettere fine all’orrore di Ponte Galeria. Vogliamo farlo con i migranti auto-organizzati delle occupazioni, i movimenti per il diritto all’abitare, le reti e le associazioni anti-razziste, le comunità straniere e tutti coloro che credono che non debba esserci alcuno spazio per i CIE e per le leggi discriminatorie. Vogliamo avviare questa campagna nel mese di febbraio, anche verso un 1 marzo di mobilitazione meticcia che non lasceremo alle passerelle dei politici, recuperandone il significato originario della partecipazione e della pratica dei diritti messa in atto dai migranti.

Invitiamo tutti e tutte a partecipare a un’assemblea pubblica mercoledì 5 febbraio alle ore 17.00 al Nuovo Cinema Palazzo, per discutere insieme della campagna che ci porterà il 15 febbraio in corteo a Ponte Galeria per dire “mai più CIE” e “diritti e accoglienza x tutti”.

Reti antirazziste Movimenti per il diritto all’abitare

 

Grecia – Naufragio Farmakonisi. La Guardia Costiera ha ucciso 12 migranti

Dal sito meltingpot.org.

Secondo l’Unhcr i testimoni accusano la Guardia Costiera greca di aver affogato alcuni migranti vicino l’isola di Famakonisi

Si ringrazia Atenecalling.org per la segnalazione e la traduzione da x-pressed

Secondo l’annuncio dell’UNHCR: “i testimoni sopravvissuti raccontano che la nave della Guardia Costiera stava trainando una barca piena di migranti a grande velocità verso le coste della Turchia, quando è accaduto il tragico incidente in mezzo al mare agitato. Gli stessi testimoni hanno detto che la gente gridava chiedendo aiuto, visto che nella barca c’erano molti bambini”.

Le organizzazioni internazionali hanno condannato diverse volte la pratica delle autorità greche per obbligare i migranti a tornare in Turchia.

L’UNHCR ha chiesto spiegazioni alle autorità greche sulla “sparizione” misteriosa di decine di migranti per colpa della polizia greca, su casi che hanno causato proteste internazionali contro il governo greco. In altri casi, i residenti delle isole periferiche hanno riferito che i migranti che dovevano essere trasferiti nei centri di accoglienza dei porti non sono mai arrivati.

Il comunicato dell’UNHCR
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è costernato per il naufragio di un’imbarcazione a largo delle coste greche nelle prime ore di ieri, che è costato la vita ad una donna e a un bambino. Sono ancora 10 le persone scomparse, tra loro bambini e ragazzi.

In base alle informazioni ricevute da alcuni dei 16 sopravvissuti e dalla Guardia Costiera Greca, l’imbarcazione aveva a bordo 26 afghani e 2 siriani ed è stata intercettata nel Mar Egeo del sud poco dopo mezzanotte a seguito di un guasto meccanico, apparentemente diretta dalla Turchia alla Grecia. La barca, con tutte le 28 persone ancora a bordo, si è capovolta mentre veniva scortata da un vessillo della Guardia Costiera. I sopravvissuti, che ora si trovano nell’isola di Leros, hanno riferito all’UNHCR che al momento del naufragio, l’imbarcazione era scortata verso la Turchia.

“L’UNHCR esorta le autorità a indagare su questo incidente e sul motivo per cui queste vite siano state perse su un’imbarcazione che già era a rimorchio”, ha dichiarato Laurens Jolles, Delegato UNHCR per il Sud Europa. “Inoltre i sopravvissuti devono essere rapidamente trasferiti in altre località, così da poter rispondere in maniera più adeguata alle loro necessità.”

Quello di martedì è il primo incidente di questo genere nel 2014, e l’ultimo di una lunga serie di tragedie nel Mediterraneo, che coinvolgono persone in fuga via mare verso l’Europa. Il 3 ottobre 2013, in Italia, più di 360 persone sono morte in un naufragio a largo dell’isola di Lampedusa. A questo sono seguiti diversi altri incidenti mortali nelle settimane successive.

Le traversate irregolari del mar Mediterraneo generalmente coinvolgono flussi migratori misti di migranti e richiedenti asilo, tuttavia, a causa dei conflitti in Siria e nel Corno d’Africa è stato registrato un aumento delle morti di persone in fuga da guerre e dalle persecuzioni.

Nel 2013, circa 40.000 persone sono arrivate irregolarmente in Italia, Malta e Grecia via mare. Nel 2011, durante la crisi in Libia, gli arrivi erano stati più di 60.000. Le traversate irregolari del Mediterraneo si verificano in genere tra marzo e ottobre, nei mesi primaverili ed estivi, ma quest’anno stanno proseguendo anche durante l’inverno, nonostante condizioni meteorologiche estreme. Finora, solo in Italia, sono arrivate via mare oltre 1.700 persone.

L’UNHCR ha esortato l’Unione Europea e ad altri governi a collaborare per ridurre il numero di morti di persone che intraprendenono queste pericolose traversate nel Mediterraneo e nelle altre principali frontiere marine del mondo, continuando a rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso ma anche attraverso la creazione di canali di migrazione legale alternativi a questi pericolosi movimenti irregolari.

arton18900

 

 

Un agguato in stile mafioso ad un compagno dirigente del S.I. Cobas

 

Ieri pomeriggio il compagno Fabio Zerbini è stato attirato in una specie d’imboscata e pestato a sangue. Con la scusa di un incontro per risarcire i danni di un incidente automobilistico (uno specchietto rotto) avvenuto a fine dicembre, è stato attirato in zona Affori.
Appena sceso dall’auto, è stato assalito a tradimento e pestato a sangue.

Gli aggressori si sono quindi allontanati promettendogli una brutta fine se si occuperà ancora dell’organizzazione delle lotte operaie.

Questo pestaggio è la continuazione della strategia repressiva che combina l’intervento delle forze del disordine, con quelle dell’ordine di mafia, n’drangheta e camorra di cui hanno fatto le spese i nostri militanti sindacali , con minacce, processi, pestaggi, incendi d’auto ecc…

Più lo scontro politico si accentua, più si intrecceranno queste azioni atte ad intimidire la lotta dei lavoratori della logistica, ma solo l’estensione di questa, l’organizzazione di essa e dei COBAS potrà garantire una maggior difesa agli attacchi posti in atto dal padronato e dai loro sgherri, contro i sindacalisti attivi.

Non ci faremo intimidire!

Un caloroso saluto e una pronta guarigione va a Fabio, uno dei nostri compagni più in vista nelle lotte portate avanti tra gli operai della logistica.

Il S.I. COBAS nazionale
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Una risposta adeguata al pestaggio di oggi

A tutte le strutture nazionali, territoriali e di fabbrica
A tutti i solidali con le lotte operaie nella logistica

Il pestaggio da me subito oggi può avere responsabilità dirette difficili da definire ma è, in ultima istanza, una chiara rappresentazione politica della reazione borghese al movimento di lotta che sta attraversando l’intero paese, con al centro i facchini (per lo più immigrati) della logistica e del trasporto

La scia degli episodi di violenza contro il movimento di sciopero che continua ad allargarsi è ormai abbastanza lunga da richiedere una risposta all’altezza della situazione con il chiaro obiettivo non di porvi fine (nessuno di noi si può illudere in questo senso) ma, piuttosto, di non segnare il passo e alzare ulteriormente il contenuto (non stupidamente le sole forme) dello scontro

Illusi quei nemici che pensano che tale movimento di lotta passi per alcuni militanti magari (?) più convinti e abnegati di altri.
Il movimento nasce da condizioni materiali ben precisi, destinati ad approfondirsi per via della crisi del capitalismo che impone uno sfruttamento sempre più intenso della classe operaia.
Attentati e pestaggi dei dirigenti e dei delegati più in vista, minacce e ricatti diffusi nelle fabbriche, licenziamenti e violazioni sistematiche dei diritti, cariche, denunce, fogli di via e arresti da parte degli organi repressivi dello stato, non sono altro che sfaccettature diverse di una verità che viene a galla. Da una parte gli sfruttatori dall’altra gli operai che vanno organizzandosi dal basso
Il conflitto è inevitabile e finalmente lo possiamo dire, l’esito tutt’altro che scontato

Stolti quindi anche coloro (tra i presunti amici) che si accontentano di gridare vendetta o che cascano dal pero e si inorridiscono per la violenza appellandosi alla democrazia e al rispetto delle sue regole. Perchè proprio questa è la democrazia, riflesso diretto, anche se distorto, di un dominio di classe che “qualcuno” ha deciso di sfidare, nella convinzione profonda che, battendosi per i bisogni elementari delle grandi masse, si possono anche raggiungere conquiste immediate, per quanto parziali.

Insomma, poco ci deve importare cercare di scoprire l’autore materiale dell’ennesima violenza anti-operaia di cui si è dovuta nutrire la nostra stessa scelta politico-sindacale in quanto S.I. Cobas
La mano che ha colpito non è cattiva (e a pensarci bene non ha fatto nemmeno un gran danno) ma è piuttosto una rappresentazione evidente del fatto che il padronato (incluso i suoi servi, o sgherri, ovviamente) non trova, al momento, una soluzione praticabile per sottrarsi dal ricatto dell’azione operaia.

Quindi, ancora una volta: che fare?
Al momento la mia proposta è una sola: la convocazione di un attivo pubblico di tutte le strutture del S.I. Cobas e di tutti i solidali con questa battaglia, per sfruttare al meglio l’occasione e rilanciare la lotta attraverso uno sciopero generale da organizzarsi….bene

Data la possibilità che tale incontro, che propongo si tenga Domenica 19 gennaio, alle 11 di mattina, possa vedere una certa partecipazione, propongo inoltre che si svolga al Csa Vittoria (Milano) ed in forma pubblica e nazionale

Aspetto conferme o critiche puntuali

Fabio Zerbini

 

INCONTRO: DOMENICA 19 GENNAIO ALLE 11 DI MATTINA AL CSA VITTORIA

La battaglia dei migranti per dignità e uguaglianza: non lasciamoli soli

dal sito MicroMega articolo di Annamaria Rivera

Siamo un paese smemorato, dove tutto si ripete ciclicamente come se accadesse la prima volta. Dove la memoria e l’esperienza non procedono per addizione ma per sottrazione. Dove lo sdegno per ingiustizie e misfatti pubblici resiste finché i media e qualche personaggio politico vogliono farlo durare.

Forti di tale consapevolezza, questa volta non dovremmo mollare. Ora che l’ondata di proteste, invero neppur’essa inedita, dei reclusi nei lager di Stato – si chiamino Cie, Cara o Cpsa – ha ottenuto una speciale risonanza pubblica, dovremmo resistere fino a ottenere una riforma radicale delle normative che regolano l’immigrazione e l’asilo.

Altrimenti tutto tornerà come prima. I lager ridiventeranno “centri di accoglienza”: così il 21 dicembre l’Ansa e molti quotidiani online, anche autorevoli, definivano il Cie di Ponte Galeria, dando per la prima volta la notizia della “protesta choc”, come dicono loro, delle labbra cucite. Il rischio è che siano presto dimenticati tanto le proteste estreme degli “ospiti” quanto l’atto coraggioso del deputato Khalid Chaouki, auto-reclusosi nel Cpsa di Lampedusa. Qui, ricordiamo, sono tuttora trattenuti diciassette sopravvissuti alla strage del 3 ottobre, che il gesto di Chaouki, pur di grande efficacia politica, non è riuscito a liberare al pari degli altri. I diciassette sono ristretti del tutto illegittimamente, in barba all’art.13 della Costituzione: nessun giudice, infatti, ne ha convalidato la privazione della libertà.

Conviene precisare che non è la prima volta che dei senzavoce si cuciono la bocca in segno di protesta. Di frequente lo fanno i detenuti in carceri “normali”. In Tunisia lo hanno fatto, tra gli altri, i “feriti della rivoluzione”, che i governi di transizione hanno abbandonato al loro destino d’indigenza e privazione di cure sanitarie. Lo hanno fatto nel passato recente altri “ospiti” dei lager di Stato, in Italia come in altri paesi, europei e non. Per esempio, a novembre del 2010, nel Cie di Torino, furono una decina a cucirsi la bocca, preceduti, nel Cie di Bologna, da una trentenne tunisina cui era stato rifiutato l’asilo. Nonostante la pregnanza politica e simbolica di questa forma di protesta, l’unica risposta delle autorità italiane fu un certo numero di deportazioni.

Siamo un paese smemorato, dove perfino gli autori della legge 40 del 6 marzo 1998 sembrano immemori del fatto che fu la loro creatura a inaugurare la detenzione amministrativa. Aprendo così la strada a un crescendo di violazioni della Costituzione, dello stato di diritto, dei diritti umani, della stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: violazioni quasi sempre approvate dal capo dello Stato di turno, compreso l’ultimo.

Siamo il paese dove anche rispettabili politici e rappresentanti di istituzioni, per non dire di buona parte dei giornalisti, ignorano la legislazione sull’immigrazione e quella sull’asilo; e suppongono sia sufficiente qualche ritocco alla Bossi-Fini per “umanizzare” il trattamento discriminatorio, ingiusto e/o crudele inflitto a migranti, profughi e richiedenti asilo. Ignari del fatto che si tratta invece di smantellare non solo i lager di Stato ma anche l’intero impianto che regge norme quasi tutte all’insegna del sorvegliare e punire: perlopiù ispirate dal principio di un diritto differenziato riservato agli “altri”, avarissime nel conferire i diritti di cittadinanza, a cominciare dalla nazionalità italiana e il diritto di voto.

Anche su quest’ultimo versante c’è il rischio che la montagna dell’attuale protagonismo politico di migranti e rifugiati produca solo qualche topolino nato male. Di recente, il ministro della difesa, Mario Mauro, ha avuto l’ardire di proporre “una piccola modifica della Costituzione per dare agli immigrati la possibilità di entrare nelle forze armate” e guadagnare così qualche punto per la concessione della nazionalità italiana. Insomma, se abbiamo capito bene, il ministro ribadisce l’idea di un diritto speciale riservato a una speciale categoria di persone. Abolita, di fatto, la leva obbligatoria da quasi un decennio, si tratterebbe, in sostanza, di reintrodurla solo per gli immigrati: una sorta di reclutamento degli ascari, che andrebbero così a costituire i “battaglioni indigeni”, di funesta memoria coloniale, magari da utilizzare per “missioni di pace” particolarmente difficili.

Non contento di questa bella trovata, nella stessa intervista a Libero Mauro oppone alloius soli, come si dice sbrigativamente, l’oscura nozione dello ius culturae: un concetto (si fa per dire) rubato a Giovanni Sartori, singolare impasto vivente di spocchia accademica, xenofobia smodata, competenza dubbia nel campo delle politiche su asilo e immigrazione.

Abbiamo citato questi spropositi solo per ribadire che occorre sventare il rischio che le proteste di migranti e rifugiati e una certa attenzione pubblica verso il tema dei loro diritti siano presto svuotate e cannibalizzate dalla politica politicista e dai giochi del governo delle intese semi-larghe. Si tratta dunque di alzare il livello della mobilitazione. Della quale una tappa importante sarà di certo l’appuntamento finalizzato a scrivere collettivamente la Carta di Lampedusa. Dal 31 gennaio al 2 febbraio 2014, infatti, movimenti, reti, associazioni delle due sponde del Mediterraneo si ritroveranno nell’isola per elaborare un patto costituente “che metta al primo posto le persone, la loro dignità, i loro desideri, le loro speranze”.

Ma una tappa ancor più rilevante sarebbe quella di una grande manifestazione nazionale, per affermare con vigore che questa volta non permetteremo che tutto ricominci come se niente fosse accaduto.